Una cosa per volta

Preoccupato, Isan chiese al suo maestro Gyosan: «Se un milione di oggetti ci vengono addosso, che cosa dobbiamo fare?». «Un oggetto verde non è giallo. Una cosa lunga non è corta.» Soddisfatti di questo scambio, Gyosan e Isan si salutarono e ognuno andò per la sua strada.

Questo kōan viene riportato e commentato da Alejandro Jodorowski in uno dei suoi libri. La nostra percezione non può captare più di una cosa per volta, quindi è inutile affannarsi in anticipo. Ogni cosa è unica e va vissuta nel momento in cui si presenta, perché esiste solo il momento presente.

Kintsugi: la bellezza delle cose riparate

L’estetica Zen buddista vuole che i frammenti di un oggetto rotto non vengano mai gettati via; a meno che non si siano completamente sbriciolati, bisogna raccoglierli e ricomporli, legandoli con oro/argento liquido o lacca con polvere d’oro. Il danno non deve essere nascosto perché l’obiettivo è proprio evidenziare le crepe e la rinnovata coesione tra le parti.

In Giappone questa pratica si chiama kintsugi (金継ぎ), o kintsukuroi (金繕い), letteralmente “riparare con l’oro”.

Quelle venature dorate sono un prezioso simbolo di speranza e di resilienza: ciascuno di noi custodisce dentro sé qualcosa di rotto o danneggiato e non dovrebbe mai provare a dissimularlo.

Tutti possiamo essere amati e apprezzati nonostante i nostri difetti… se non addirittura in virtù di essi, poiché anche quei difetti – esattamente come quelle venature dorate – ci rendono unici e irripetibili.

Con le parole di Céline Santini:

«Il kintsugi è l’arte di esaltare le ferite. Può essere considerata una forma di arte-terapia, che vi invita a trascendere le prove affrontate trasformando in oro il piombo della vostra vita. Le vostre cicatrici, visibili e invisibili, sono la dimostrazione del fatto che avete incontrato e superato delle difficoltà. Rivelano la vostra storia, mostrano che siete “sopravvissuti” e vi infondono coraggio.»