Il pappagallo australiano di Federico II

Uno dei miei personaggi storici preferiti è sempre stato Federico II di Svevia. Ho vissuto per circa 26 anni a pochi metri da uno dei suoi castelli, originariamente immerso nel bosco nel quale si avventurava per andare a caccia con gli altri cortigiani. Un castello ora noto come “Castello Monteleone” e che conferisce automaticamente a tutti coloro che abitano nelle vicinanze l’appellativo di castellani.

E non l’ho ammirato solo per le sue gesta politiche e il suo amore per la letteratura e l’educazione (fu lui a fondare la prima università pubblica della storia, quella che oggi si chiama Università degli Studi di Napoli “Federico II”) ma anche per la sua passione sfrenata per i falconi.

Fu proprio l’imperatore svevo a scrivere di suo pugno il De arte venandi cum avibus, un trattato che illustrava come allevare e addestrare i falconi per la caccia. La bibbia dei falconieri.

Leggevo su Focus che il mio beniamino – stando a quello che affermano alcuni ricercatori – potrebbe aver ricevuto in dono un pappagallo australiano (un Cacatua crestagialla) ben 400 anni prima che l’Australia venisse scoperta da noi occidentali. Come l’hanno capito? Guardando le illustrazioni del manoscritto che è conservato presso la Biblioteca Vaticana (ed è sfogliabile online).

Il pappagallo compare al foglio 18v in una riproduzione stilizzata, vicino a un esemplare di airone. I ricercatori, nello studio pubblicato sulla rivista Parergon, dimostrano che il pappagallo fu in realtà un dono del sultano egiziano al-Malik Muhammad al-Kamil a Federico II. Il che è assai probabile: tra i due c’era un forte legame di amicizia fatto di scambi di lettere, libri, oggetti e animali esotici provenienti da terre lontane.

Fonte: Focus

Questo a dimostrazione di quanto sia ingiustificata la percezione che abbiamo del Medioevo in quanto età buia, fatta di isolamento e paura del mondo. Un pappagallo con la cresta gialla è arrivato dall’Australia alla Sicilia seguendo una rotta commerciale che nel Medioevo andava ben oltre l’Indonesia (come si pensava fino ad oggi), è stato traghettato in giro da mercanti che commerciavano in mare, ha attraversato il Nilo e poi il Mediterraneo.

Quanto tempo ci avrà impiegato? Non lo sapremo mai… ma che avventura!

Com’è oggi il quartiere di Lila e Lenù

Ieri sera è andata in onda su Rai1 l’ultima puntata della prima stagione de L’amica geniale, la serie di Saverio Costanzo tratta dal romanzo omonimo di Elena Ferrante.

Ma com’è oggi il Rione Luzzatti, il quartiere in cui sono incastonate le avventure delle due giovani protagoniste?

Ce lo racconta la mia cara amica Amalia De Simone in questo articolo pubblicato sul Corriere. Un resoconto da leggere assolutamente.

«Qui si castrano fanciulli»

La dominazione araba introdusse a Napoli l’impiego dei castrati nella musica, condizionando pesantemente lo sviluppo del melodramma e dell’opera in Europa nei secoli successivi. Nel corso del Settecento, infatti, era molto diffusa la presenza di questa tipologia di cantanti nel teatro partenopeo, poiché il gusto dell’epoca era molto improntato al piacere sensuale, prediligendo suoni morbidi e una certa ambiguità vocale.

Leggevo nel bellissimo libro Napoli magica che centinaia di famiglie facevano castrare i propri figli con l’X factor nella speranza che diventassero famosi come Farinelli (nell’immagine in alto), Porporino, Caffariello e gli altri interpreti della scena musicale dell’epoca (molti di origine o scuola partenopea). Era una pratica talmente diffusa che esistevano botteghe che esponevano la scritta «Qui si castrano fanciulli». Il trend fu poi spazzato via dall’avvento del Romanticismo e di un altro tipo di musica, tutt’altro che artificiosa e giocosa.

Tanti ragazzini furono immolati dall’ambizione dei genitori e solo in pochissimi riuscirono a conoscere la gloria e la fama; i più furono condannati ad una vita mutilata e vissuta ai margini. Mi domando come sarebbe l’odierna scena musicale in tutta Italia (e non solo a Napoli) se questa pratica fosse ancora in uso…