Kintsugi: la bellezza delle cose riparate

L’estetica Zen buddista vuole che i frammenti di un oggetto rotto non vengano mai gettati via; a meno che non si siano completamente sbriciolati, bisogna raccoglierli e ricomporli, legandoli con oro/argento liquido o lacca con polvere d’oro. Il danno non deve essere nascosto perché l’obiettivo è proprio evidenziare le crepe e la rinnovata coesione tra le parti.

In Giappone questa pratica si chiama kintsugi (金継ぎ), o kintsukuroi (金繕い), letteralmente “riparare con l’oro”.

Quelle venature dorate sono un prezioso simbolo di speranza e di resilienza: ciascuno di noi custodisce dentro sé qualcosa di rotto o danneggiato e non dovrebbe mai provare a dissimularlo.

Tutti possiamo essere amati e apprezzati nonostante i nostri difetti… se non addirittura in virtù di essi, poiché anche quei difetti – esattamente come quelle venature dorate – ci rendono unici e irripetibili.

Con le parole di Céline Santini:

«Il kintsugi è l’arte di esaltare le ferite. Può essere considerata una forma di arte-terapia, che vi invita a trascendere le prove affrontate trasformando in oro il piombo della vostra vita. Le vostre cicatrici, visibili e invisibili, sono la dimostrazione del fatto che avete incontrato e superato delle difficoltà. Rivelano la vostra storia, mostrano che siete “sopravvissuti” e vi infondono coraggio.»

I mostri giapponesi

Yōkai 妖怪 (da yō che significa stregoneria e kai che vuol dire apparizione misteriosa) è il termine con cui i giapponesi definiscono le creature magiche e spaventose che appartengono alla mitologia giapponese. Ve ne sono tantissimi e a chi volesse conoscerli uno per uno consiglio la lettura di questo libro. Trattandosi di un’enciclopedia puoi anche consultarla senza leggerla in maniera lineare (come faccio io).

Per un primo approfondimento sul tema suggerisco la lettura di questo articolo scritto da Daniela Travaglini su Ohayo, che ha anche realizzato una gallery dei mostri più famosi.

Qui un piccolo estratto:

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