Il lato positivo

In queste giornate segnate dall’influenza mi sento debole e inutile. Domani dovrei partire per Stoccolma (cose di lavoro) ma temo che non riuscirò a rimettermi in piedi. I miei pensieri si accavallano e si fondono come sottilette calde. Non so dire se l’idea che presto sarà Natale mi metta più tristezza o gioia. Ma guardiamo il lato positivo: vivo a Milano e posso fare la spesa con un’app.

La voce interiore

Mai come in questi mesi ho compreso l’importanza di seguire il mio istinto. Ho preso decisioni sofferte e che hanno generato sofferenza in persone che amavo e, con puntualità svizzera, i rimorsi e i rimpianti si sono affacciati sulla piscina dei miei pensieri per tuffarvisi dentro.

Come delle sirene hanno provato a distogliermi dall’ascoltare la mia voce interiore che mi suggeriva di avanzare lungo il percorso tracciato dalle mie scelte. Le ho ascoltate, quelle sirene; non sono fuggita da loro, non le ho allontanate. Mi sono legata all’albero maestro, come Ulisse, e ho prestato loro la mia attenzione, anche se ciò mi ha fatto stare male.

Eppure, guardandomi indietro e – soprattutto – guardando davanti a me, ho capito che ho fatto la cosa giusta, ovvero seguire quegli indizi che l’anima lascia qua e là nei sogni, nei nostri gesti inconsapevoli, nei lapsus, negli incontri che facciamo, nelle parole degli sconosciuti.

È una questione di sintonia: bisogna trovare la frequenza del proprio mondo interiore e ascoltarla come una stazione radio.

È facile essere razionali così come è facile abbandonarsi alle emozioni. Ma quella dell’istinto è una voce che fa paura seguire, perché è quella che ci chiede lo sforzo più grande: avere fede.

Iktsuarpok: che roba è?

Hai presente quella sensazione di irrequietezza che si manifesta quando siamo alla finestra in attesa di qualcuno, di una telefonata importante o aspettiamo che uno dei nostri contatti lasci un commento sotto un nostro post? Presso il popolo inuit questo senso di attesa ha un nome specifico: si chiama iktsuarpok.

Possiamo dire che è una sorta di ansia dello squillo all’ennesima potenza?

Cos’è il Torschlusspanik

Ci sono emozioni che proviamo ma alle quali non sappiamo dare un nome. Questo però non vuol dire che qualcun altro non gliel’abbia dato – magari in Lapponia o in Sudamerica. Oggi voglio parlarti del termine tedesco Torschlusspanik, ovvero di quello che letteralmente significa “panico del portone che si sta chiudendo“.

Si tratta dell’emozione che proviamo quando siamo agitati perché ci accorgiamo di essere a corto di tempo. Il termine fu coniato nel Medioevo quando, all’approssimarsi di un’armata nemica o di un qualsiasi altro tipo di pericolo pubblico, il portone del castello cominciava a chiudersi e tutti quelli che erano fuori si affannavano ad attraversare il ponte levatoio per mettersi in salvo tra le mura.

Ti ricorda qualcosa?

Ispirato da L’atlante delle emozioni umane di Tiffany Watt Smith