Cercare la solitudine

Durante il mio viaggio a Cuba ho trascorso poco più di due settimane lontano da Internet e ciò mi ha portata a riflettere su quanto essere e esserci siano ormai diventati la stessa cosa. Siamo perché ci siamo. Se non ci connettiamo è come se non ci fossimo (e sono in pochi a cercarci).

Al contempo ho anche apprezzato la solitudine, intesa come qualcosa di diverso dall’isolamento. In questo spezzone di una vecchia intervista al regista russo Andrei Tarkovsky (in cui, tra l’altro, a un certo punto parla in italiano) ho ritrovato quel concetto di solitudine sana che ogni tanto farebbe bene riscoprire. I sottotitoli sono un po’ fuori sincrono ma si segue agevolmente.

Prima di dire la mia

Ogni volta che ho voglia di manifestare la mia opinione con un post, un commento (orale o scritto) o di raccontare qualcosa di rappresentativo della mia persona, mi pongo queste domande (a seconda del caso):

  1. Quello che sto per dire sul tema X sarei in grado di argomentarlo davanti ad un/a esperto/a della materia?
  2. Il modo in cui sto per esprimermi e ciò di cui voglio parlare possono innescare un cambiamento positivo (di umore, interiore, esteriore, di impatto sociale) in chi mi leggerà o mi ascolterà?
  3. Facendo questa affermazione sono certa di non offendere o screditare nessuno che non possa difendersi al mio cospetto?
  4. Sono dell’umore giusto, nel contesto appropriato e in presenza delle persone ideali per esprimere un’opinione o una considerazione senza il rischio di essere fraintesa?

Se la risposta è sì, allora lo faccio senza esitazione.

Non mi interessano l’imbarazzo e il senso del pudore o del ridicolo; quelli mutano molto rapidamente, di generazione in generazione, e a seconda dello Zeitgeist. Ciò che non muta – o che non dovrebbe mutare, perlomeno – è quel fondo di umanità che ci accomuna e che si manifesta nella capacità di ascoltare e di interrogarsi più che nell’urgenza impellente di dire ciò che pensiamo.

A Palermo il cibo ti parla

Visitare il capoluogo siciliano senza concedersi una scorpacciata di cibo di strada è equiparabile ad una bestemmia in un luogo sacro. Per questo motivo, insieme ad Olga, mi sono concessa un’esperienza indimenticabile a Palermo, gustando prelibatezze con alle spalle una storia centenaria. Per l’occasione abbiamo scelto di fare una AirBnB experience che si chiama Foodies of Palermo, organizzata dai ragazzi di Streaty.

La nostra guida – Totò – ci ha fatto visitare il Mercato del Capo (in origine l’antico mercato arabo), la Vuccirìa, la Taverna Azzurra ed altri posti straordinari in cui abbiamo assaggiato tutte le specialità siciliane, partendo dalle panelle per finire con il gelato nella bbrioscia. A proposito… io sono #TeamArancinaForever (a meno che non esista un frutto denominato arancino che abbia la forma di un cono).

Consiglio vivamente questa esperienza perché è stato come essere accompagnati da un amico. I palermitani sono fantastici perché hanno molto a cuore la storia della loro città; come per Napoli, la ricca tradizione di Palermo (non solo quella culinaria) si fonda sulle contaminazioni fin dalle sue origini. È bello, inoltre, sostenere iniziative come quelle portate avanti dai ragazzi di Streaty perché creano cultura e lavoro e, al contempo, fanno conoscere e amare quella bellissima terra che è la Sicilia.

Il mondo è nel tuo cervello

Non esiste una realtà oggettiva. La percezione dell’ambiente che ci circonda è profondamente condizionata dal nostro cervello. Leggevo nel bellissimo libro Percezioni del neuroscienziato inglese Beau Lotto che se paragoniamo il nostro corpo a un computer, i cinque sensi rappresentano la tastiera e il mouse; il processore è tuttavia il cervello, che elabora la realtà che percepiamo attraverso i sensi in base ai nostri assunti e ai nostri pregiudizi.

Una parte di questi assunti la ereditiamo dai nostri avi ed è presente nel nostro DNA; un’altra parte la costruiamo noi in base alle nostre esperienze personali e alla nostra capacità di fronteggiare gli imprevisti che si presentano davanti a noi nella quotidianità.

Il nostro cervello si evolve per permetterci di sopravvivere e quindi prova continuamente a dar senso a ciò che appare incerto creando un repertorio di percezioni che determina il nostro modo di vedere il mondo. In sostanza, se pensiamo che sarà difficile ottenere una cosa, il nostro cervello si adatterà di conseguenza. Se ruminiamo su pensieri distruttivi, il cervello li renderà più importanti di quanto dovrebbero essere.

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Ricominciare

A scanso di equivoci, voglio mettere per iscritto questa cosa: per me non sarà facile tener vivo questo blog. Lo premetto perché il primo blog l’ho aperto – credo – nel 2005 e poi per svariati motivi l’ho abbandonato. Quali? Beh, un po’ perché sono esplosi i social network, un po’ perché sono fondamentalmente pigra (la pigrizia, a volte, è una forma di paralisi che insorge quando vai dietro a troppe cose contemporaneamente). E – a questo punto lo confesso – anche perché avevo timore di aprirmi davvero agli altri e di parlare di cose che mi incuriosiscono e mi appassionano.

Poi ci ho riflettuto e ho capito che dovevo superare questa mia esitazione. Non ci sono macerie più belle di quelle sulle quali si può ricostruire e quindi ricomincio da qui, da questa pagina bianca. Lo faccio con entusiasmo e al contempo senza speranza. La speranza, in questi casi, serve a poco, così come servono a poco le promesse a se stessi che si fanno a Capodanno. Cosa ci troverai su questo blog? Appunti, riflessioni, cose che non mi hanno lasciata indifferente. Sono certa che qualcosa di utile ne verrà fuori.

Buon nuovo inizio a me.