Oggi parto per Napoli e finalmente potrò trascorrere una settimana con la mia famiglia. L’ultima volta che ci siamo visti risale a inizio gennaio. Il pensiero di poter riabbracciare – letteralmente – qualcuno mi emoziona.

Siamo sicuri che essere o manifestare “contro” qualcosa non contribuisca a creare e rafforzare proprio quella realtà che vogliamo contrastare?

Ha senso rispondere all’odio con altro odio (l’odio verso chi odia, la rabbia verso chi prova rabbia)?

Quale realtà creano i pensieri “in opposizione” – seppur nei confronti di qualcosa di dannoso o deleterio?

Possiamo provare a spostarci dall’essere “contro” qualcosa all’essere “a favore” di qualcosa nel linguaggio utilizzato, nel modo di raccontare i fatti, negli slogan, nel modo di manifestare?

Riusciamo a dare più spazio – personale ma anche mediatico – a ciò che è positivo anziché a ciò che “combatte” il negativo?

È un cambio di paradigma che potrebbe portare a risultati più efficaci? Che ne pensi?

Queste settimane trascorse a casa in compagnìa del mio gatto hanno cambiato radicalmente il mio modo di vedere alcune cose. Per me è stato un lockdown molto speciale: ho fatto un trasloco da sola, ho seguito diversi corsi online (ne parlerò in seguito) e ho ripreso a leggere libri (cosa che non facevo dallo scorso Natale).

Anche io ho avuto i miei alti e bassi, alternando giorni di pesantezza, ansia e frustrazione a giorni di entusiasmo e condivisione conditi da non poche epifanie.

Ci ̬ stato imposto un distanziamento fisico mentre chi ci governa provava (e ancora prova, ahinoi) a trovare soluzioni che limitassero la diffusione del contagio; i medici, gli infermieri e i volontari che si sono mobilitati in prima fila sono diventati Рgiustamente Рgli eroi di questa pandemia.

E noi persone comuni? Ieri sera riflettevo sulla parola impotenza e su quanto spesso l’abbia sentita pronunciare nella cosiddetta Fase 1. L’impotenza di chi – apparentemente – non poteva fare altro che stare a casa, impossibilitata/o a rendersi utile o a contribuire in qualche modo a cambiare le cose. Nei casi peggiori, anche senza un lavoro e, di conseguenza, senza soldi.

Ma le parole sanno sempre sorprendermi e, quando mi sono trovata a scrivere quella parola – impotenza – in un messaggio diretto ad una cara amica, ho avuto una piccola rivelazione. È come se mi si fosse attivato un correttore automatico mentale che l’ha trasformata, facendola diventare in potenza.

Dal punto di vista ortografico il passo ̬ breve ma sul piano emotivo ̬ stato un salto quantico. Ho sentito una forte risonanza con il mio stato attuale e ho unito i puntini che ho seminato in queste settimane di riscoperta del mio del nostro Рpotenziale.

Sono molto grata per questo glitch che mi ha permesso di trovare una connessione tra due cose apparentemente lontane – se non addirittura agli antipodi.

Riprendo in mano questo blog dopo un periodo un po’ particolare. Questo iato non è stato frutto di pigrizia bensì di una serie di riflessioni che ho fatto proprio in queste settimane di distanziamento sociale.

Confesso che fin dal principio ho adottato un approccio di comodo nei confronti della scelta dei temi da trattare in questo spazio, parlando un po’ di tutto ma senza approfondire mai nulla: la soluzione ideale per chi vuole celare abilmente una parte di sé per proteggerla o anche solo per timidezza, evitando di esporsi al giudizio altrui.

Molte persone mi conoscono solo per alcuni aspetti della mia vita e della mia personalità (per esempio, il lavoro) e quasi certamente si sono fatte un’idea di me che si basa sui pochi elementi visibili a tutti.

Ma io non sono solo questo e non ho solo questa faccia: per dirla con la geometria solida, sono un poliedro anziché una figura piana ed è arrivato il momento di mostrare qualcosa di più complesso.

Continuerò sicuramente a parlare dei temi più svariati (in fondo sono un persona molto curiosa e ci sta) ma su questo blog troverai anche qualcosa di più personale; qualcosa che racconterà la mia visione del mondo senza filtri e senza giri di parole.

Per citare i tarocchi e gli archetipi che essi rappresentano – e di cui leggerai molto spesso qui da oggi in poi – sono ad un punto zero: quello incarnato dal Matto, ovvero prima del principio. Là dove tutto è in potenza. Si comincia!

In queste giornate segnate dall’influenza mi sento debole e inutile. Domani dovrei partire per Stoccolma (cose di lavoro) ma temo che non riuscirò a rimettermi in piedi. I miei pensieri si accavallano e si fondono come sottilette calde. Non so dire se l’idea che presto sarà Natale mi metta più tristezza o gioia. Ma guardiamo il lato positivo: vivo a Milano e posso fare la spesa con un’app.

Mai come in questi mesi ho compreso l’importanza di seguire il mio istinto. Ho preso decisioni sofferte e che hanno generato sofferenza in persone che amavo e, con puntualità svizzera, i rimorsi e i rimpianti si sono affacciati sulla piscina dei miei pensieri per tuffarvisi dentro.

Come delle sirene hanno provato a distogliermi dall’ascoltare la mia voce interiore che mi suggeriva di avanzare lungo il percorso tracciato dalle mie scelte. Le ho ascoltate, quelle sirene; non sono fuggita da loro, non le ho allontanate. Mi sono legata all’albero maestro, come Ulisse, e ho prestato loro la mia attenzione, anche se ciò mi ha fatto stare male.

Eppure, guardandomi indietro e – soprattutto – guardando davanti a me, ho capito che ho fatto la cosa giusta, ovvero seguire quegli indizi che l’anima lascia qua e là nei sogni, nei nostri gesti inconsapevoli, nei lapsus, negli incontri che facciamo, nelle parole degli sconosciuti.

È una questione di sintonia: bisogna trovare la frequenza del proprio mondo interiore e ascoltarla come una stazione radio.

È facile essere razionali così come è facile abbandonarsi alle emozioni. Ma quella dell’istinto è una voce che fa paura seguire, perché è quella che ci chiede lo sforzo più grande: avere fede.