I colori sono una cosa seria

Del colore del 2020 designato da Pantone si è parlato tanto nei giorni scorsi. Tuttavia mi incuriosiva capire le motivazioni dietro questa scelta che sembra una sorta di ritorno al classico – sottinteso nel nome stesso – dopo anni dominati da colori dai nomi esotici o dalle orribili tinte pastello.

Ecco la spiegazione che ho trovato sul sito ufficiale; ne evidenzio le parole chiave:

Sfumatura di blu intramontabile e senza tempo, PANTONE 19-4052 Classic Blue è elegante nella sua semplicità. Rievocando il cielo all’imbrunire, le qualità rassicuranti di questo colore stimolante mettono in evidenza il nostro desiderio di una base stabile da cui partire mentre ci apprestiamo a varcare la soglia di una nuova era.

Imprimendosi nella nostra mente come un colore rilassante, PANTONE 19-4052 Classic Blue offre rifugio e infonde nell’animo umano un senso di pace e tranquillità. Esso consente di rifocalizzare i nostri pensieri facilitando la concentrazione e fornendo un’eccellente chiarezza. Sfumatura di blu che invita alla riflessione, Classic Blue favorisce la resilienza.

Che il Classic Blue sia con noi!

Il lato positivo

In queste giornate segnate dall’influenza mi sento debole e inutile. Domani dovrei partire per Stoccolma (cose di lavoro) ma temo che non riuscirò a rimettermi in piedi. I miei pensieri si accavallano e si fondono come sottilette calde. Non so dire se l’idea che presto sarà Natale mi metta più tristezza o gioia. Ma guardiamo il lato positivo: vivo a Milano e posso fare la spesa con un’app.

La voce interiore

Mai come in questi mesi ho compreso l’importanza di seguire il mio istinto. Ho preso decisioni sofferte e che hanno generato sofferenza in persone che amavo e, con puntualità svizzera, i rimorsi e i rimpianti si sono affacciati sulla piscina dei miei pensieri per tuffarvisi dentro.

Come delle sirene hanno provato a distogliermi dall’ascoltare la mia voce interiore che mi suggeriva di avanzare lungo il percorso tracciato dalle mie scelte. Le ho ascoltate, quelle sirene; non sono fuggita da loro, non le ho allontanate. Mi sono legata all’albero maestro, come Ulisse, e ho prestato loro la mia attenzione, anche se ciò mi ha fatto stare male.

Eppure, guardandomi indietro e – soprattutto – guardando davanti a me, ho capito che ho fatto la cosa giusta, ovvero seguire quegli indizi che l’anima lascia qua e là nei sogni, nei nostri gesti inconsapevoli, nei lapsus, negli incontri che facciamo, nelle parole degli sconosciuti.

È una questione di sintonia: bisogna trovare la frequenza del proprio mondo interiore e ascoltarla come una stazione radio.

È facile essere razionali così come è facile abbandonarsi alle emozioni. Ma quella dell’istinto è una voce che fa paura seguire, perché è quella che ci chiede lo sforzo più grande: avere fede.

Il pappagallo australiano di Federico II

Uno dei miei personaggi storici preferiti è sempre stato Federico II di Svevia. Ho vissuto per circa 26 anni a pochi metri da uno dei suoi castelli, originariamente immerso nel bosco nel quale si avventurava per andare a caccia con gli altri cortigiani. Un castello ora noto come “Castello Monteleone” e che conferisce automaticamente a tutti coloro che abitano nelle vicinanze l’appellativo di castellani.

E non l’ho ammirato solo per le sue gesta politiche e il suo amore per la letteratura e l’educazione (fu lui a fondare la prima università pubblica della storia, quella che oggi si chiama Università degli Studi di Napoli “Federico II”) ma anche per la sua passione sfrenata per i falconi.

Fu proprio l’imperatore svevo a scrivere di suo pugno il De arte venandi cum avibus, un trattato che illustrava come allevare e addestrare i falconi per la caccia. La bibbia dei falconieri.

Leggevo su Focus che il mio beniamino – stando a quello che affermano alcuni ricercatori – potrebbe aver ricevuto in dono un pappagallo australiano (un Cacatua crestagialla) ben 400 anni prima che l’Australia venisse scoperta da noi occidentali. Come l’hanno capito? Guardando le illustrazioni del manoscritto che è conservato presso la Biblioteca Vaticana (ed è sfogliabile online).

Il pappagallo compare al foglio 18v in una riproduzione stilizzata, vicino a un esemplare di airone. I ricercatori, nello studio pubblicato sulla rivista Parergon, dimostrano che il pappagallo fu in realtà un dono del sultano egiziano al-Malik Muhammad al-Kamil a Federico II. Il che è assai probabile: tra i due c’era un forte legame di amicizia fatto di scambi di lettere, libri, oggetti e animali esotici provenienti da terre lontane.

Fonte: Focus

Questo a dimostrazione di quanto sia ingiustificata la percezione che abbiamo del Medioevo in quanto età buia, fatta di isolamento e paura del mondo. Un pappagallo con la cresta gialla è arrivato dall’Australia alla Sicilia seguendo una rotta commerciale che nel Medioevo andava ben oltre l’Indonesia (come si pensava fino ad oggi), è stato traghettato in giro da mercanti che commerciavano in mare, ha attraversato il Nilo e poi il Mediterraneo.

Quanto tempo ci avrà impiegato? Non lo sapremo mai… ma che avventura!