L’omofobia è una malattia culturale

Tra i miei 19 e 25 anni circa ho fatto parte di un’associazione per i diritti LGBTQI (in particolare delle ragazze lesbiche e transessuali) e ne sono stata la responsabile per la comunicazione e le relazioni pubbliche. Erano anni in cui accoglievamo tante ragazze e donne adulte bullizzate sul posto di lavoro, cacciate di casa dalle proprie famiglie e isolate dai loro amici solo perché volevano vivere la loro vita in modo autentico e senza la paura di subire violenze o discriminazioni.

La nostra priorità era vederci riconoscere i diritti civili e creare le condizioni per assicurare alla comunità LGBTQI una vita dignitosa in questa società. Dicevo spesso una cosa alle ragazze che venivano in sede: «L’obiettivo principale di questa associazione è chiudere i battenti il prima possibile. Dobbiamo lavorare così bene da far sì che non vi sia più bisogno di noi».

Purtroppo quel traguardo è ancora lontano, nonostante le importanti conquiste fatte negli ultimi anni. Oggi, nella giornata mondiale contro l’omo-bi-transfobia, il mio pensiero va a tutte quelle ragazze (e ragazzi) che ho incontrato sul mio percorso e che hanno avuto la forza di ribellarsi a questa malattia culturale diventandone gli anticorpi. Il mio pensiero (e il mio abbraccio) va anche a chi quella forza non l’ha trovata: continuiamo a chiedere questi diritti (e una legge sulla omo-bi-transfobia), anche per chi non può farlo.

Infine, un pensiero anche a chi era omo-bi-transfobico/a e ora è guarito/a. Ne ho conosciute di persone così e hanno dimostrato più apertura mentale (e di cuore) di tanti individui di dubbia moralità che si fregiano di titoli onorevoli.

Si può cambiare (se si vuole).

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