Morire per la merda

Uno dei temi che ricorrono nel romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere è quello della merda e del suo ruolo nella società. La nostra società ne produce in quantità industriali ma fa di tutto per nasconderla, fingendo quasi che non esista.

In questo libro, l’autore Milan Kundera riferisce che il figlio di Stalin morì a causa della merda (o perlomeno questa è una delle storie più note sulla sua fine terrena). Si chiamava Jakov e – durante la seconda guerra mondiale – venne catturato e rinchiuso dai tedeschi nel campo di concentramento di Sachsenhausen.

Jakov – chiamato il Figlio di Dio (perché Stalin era considerato quasi una divinità) – condivideva gli spazi essenziali con dei soldati inglesi che si lamentavano continuamente del fatto che lui lasciasse sempre le latrine sporche e non le pulisse mai.

Venivano spesso alle mani per questo motivo e Jakov finì per indignarsi al punto tale da chiedere più volte al comandante tedesco del campo di prigionia di intervenire.

Naturalmente il comandante aveva rogne più importanti alle quali badare, quindi rifiutò sempre di affrontare la questione con lui. Jakov si sentì umiliato al punto che decise di uccidersi lanciandosi contro il filo spinato elettrificato.

Nel suo bellissimo romanzo, Kundera scrive che:

[…] se non esiste differenza tra il sublime e l’infimo, se il figlio di Dio può essere giudicato per della merda, l’esistenza umana perde le sue dimensioni e diventa insostenibilmente leggera […] Ma morire per della merda non vuol dire morire senza un senso […] La morte di Jakov, invece, fu, nella generale stupidità della guerra, la sola morte metafisica.

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