Breve storia dell’auto-tune

Nell’ottobre del 1998 “Believe” di Cher era la canzone più ascoltata nelle radio. Non si trattava solo della prima canzone dance dell’artista americana ma anche del primo successo mondiale in cui compariva l’Auto-Tune.

A dirla tutta, in principio i produttori di Cher non erano molto convinti della trovata tecnologica: la voce dell’artista sembrava robotica e temevano di attirare delle critiche poco piacevoli.

Ma qualcuno non era d’accordo…

Si trattava proprio di Cher che – da grande visionaria – intuì subito il potenziale di questa tecnologia e fece capire chiaramente che vi avrebbe rinunciato solo se fossero passati sul suo cadavere. Così accadde che il brano “Believe” diventò in poco tempo il tormentone internazionale che tutti cantiamo a squarciagola al Pride.

La tecnologia di correzione dell’intonazione (Auto-Tune è proprio il suo nome commerciale) era sul mercato da circa un anno prima che “Believe” arrivasse in classifica; tuttavia le sue precedenti apparizioni erano state discrete (anche per volontà dei suoi creatori: gli ingegneri di Antares Audio Technologies).

“Believe” fu il primo disco in cui l’effetto Auto-Tune attirò l’attenzione su di sé. Il bagliore fluttuante della voce di Cher nei punti chiave della canzone svelava l’artificio tecnologico: una miscela di perfezione postumana e trascendenza angelica… l’ideale per la vaga aura di religiosità del ritornello: «Credi nella vita dopo l’amore?»

Il resto della storia si può leggere qui.

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