Schliemann e la scoperta di Troia

Archeologi e operai durante gli scavi di Heinrich Schliemann nel 1868 a Troia

Ho da poco terminato la lettura del diario in cui l’archeologo Heinrich Schliemann documenta i suoi lavori di scavo presso le rovine di Troia, Micene, Itaca e Tirinto: è stata un’emozione indescrivibile per me che – da quando ero in prima elementare – volevo fare l’archeologa.

Schliemann ha una storia incredibile alle spalle: fin da piccolo è ossessionato dagli eroi omerici e si prefigge l’obiettivo – insieme a Minna, il suo primo amore – di trovare i resti della città di Troia. La sua vita rocambolesca lo porta a girare il mondo in cerca di fortuna, vivendo sulla soglia della povertà, per poi catapultarlo sull’onda dei buoni affari, che lo fanno arricchire con il commercio. Nel frattempo impara le lingue straniere con un metodo tutto suo e studia il mondo classico a 360°.

Ma ancora non sa cosa la vita ha in serbo per lui…

Appena raggiunta la stabilità economica (e dopo aver scoperto che la donna che amava ha sposato un altro), lascia il commercio, fa cassa e decide di dedicarsi completamente allo studio dell’archeologia, il suo vero, unico amore. In pochi anni riesce ad organizzare la sua prima spedizione archeologica con l’obiettivo di trovare la collocazione della Troia descritta da Omero. Dopo una serie di peripezie e nonostante le varie disavventure con governanti corruttibili, ladri, preti guaritori, pastori e operai greci che hanno troppe feste nel calendario, raggiunge risultati straordinari.

Schliemann morirà prima di aver sciolto gli ultimissimi dubbi su ciò che aveva trovato sotto terra ma convinto di essere ad un passo dalla conferma che quelle rovine appartenessero alla Troia di Ettore e Achille. Il suo giovane collaboratore, l’architetto Wilhelm Dörpfeld, scoprirà in seguito che la Troia che il suo amico aveva individuato come tale (nota oggi come Troia II) era in realtà più antica di mille anni rispetto a quella omerica. Della Troia degli Eroi era rimasto davvero pochissimo dopo la sua distruzione e – dal punto di vista degli scavi – corrispondeva ad un livello che Schliemann aveva riportato alla luce ma aveva erroneamente ritenuto appartenesse a un’altra epoca.

La cosa più straordinaria di questo essere umano è che – nonostante non fosse un esperto della materia (motivo per cui veniva snobbato dagli studiosi più blasonati) – è riuscito con grande umiltà e perseveranza a lasciare un’impronta importante nella storia dell’archeologia: prima di allora, questa si basava sul rinvenimento degli oggetti (vasi, templi, armi, gioielli, etc.) ma non prendeva in considerazione la ricerca e lo studio dei luoghi e degli spazi in cui questi oggetti (e le persone che li usavano) si collocavano.

Schliemann, con la sua passione da eroe di un romanzo ottocentesco e con il suo punto di vista innovativo, sfida pregiudizi e convinzioni radicate riuscendo a realizzare il suo sogno più grande: il sogno di quando era bambino.

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