Prima di dire la mia

Ogni volta che ho voglia di manifestare la mia opinione con un post, un commento (orale o scritto) o di raccontare qualcosa di rappresentativo della mia persona, mi pongo queste domande (a seconda del caso):

  1. Quello che sto per dire sul tema X sarei in grado di argomentarlo davanti ad un/a esperto/a della materia?
  2. Il modo in cui sto per esprimermi e ciò di cui voglio parlare possono innescare un cambiamento positivo (di umore, interiore, esteriore, di impatto sociale) in chi mi leggerà o mi ascolterà?
  3. Facendo questa affermazione sono certa di non offendere o screditare nessuno che non possa difendersi al mio cospetto?
  4. Sono dell’umore giusto, nel contesto appropriato e in presenza delle persone ideali per esprimere un’opinione o una considerazione senza il rischio di essere fraintesa?

Se la risposta è sì, allora lo faccio senza esitazione.

Non mi interessano l’imbarazzo e il senso del pudore o del ridicolo; quelli mutano molto rapidamente, di generazione in generazione, e a seconda dello Zeitgeist. Ciò che non muta – o che non dovrebbe mutare, perlomeno – è quel fondo di umanità che ci accomuna e che si manifesta nella capacità di ascoltare e di interrogarsi più che nell’urgenza impellente di dire ciò che pensiamo.

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