A proposito di impotenza

Queste settimane trascorse a casa in compagnìa del mio gatto hanno cambiato radicalmente il mio modo di vedere alcune cose. Per me è stato un lockdown molto speciale: ho fatto un trasloco da sola, ho seguito diversi corsi online (ne parlerò in seguito) e ho ripreso a leggere libri (cosa che non facevo dallo scorso Natale).

Anche io ho avuto i miei alti e bassi, alternando giorni di pesantezza, ansia e frustrazione a giorni di entusiasmo e condivisione conditi da non poche epifanie.

Ci è stato imposto un distanziamento fisico mentre chi ci governa provava (e ancora prova, ahinoi) a trovare soluzioni che limitassero la diffusione del contagio; i medici, gli infermieri e i volontari che si sono mobilitati in prima fila sono diventati – giustamente – gli eroi di questa pandemia.

E noi persone comuni? Ieri sera riflettevo sulla parola impotenza e su quanto spesso l’abbia sentita pronunciare nella cosiddetta Fase 1. L’impotenza di chi – apparentemente – non poteva fare altro che stare a casa, impossibilitata/o a rendersi utile o a contribuire in qualche modo a cambiare le cose. Nei casi peggiori, anche senza un lavoro e, di conseguenza, senza soldi.

Ma le parole sanno sempre sorprendermi e, quando mi sono trovata a scrivere quella parola – impotenza – in un messaggio diretto ad una cara amica, ho avuto una piccola rivelazione. È come se mi si fosse attivato un correttore automatico mentale che l’ha trasformata, facendola diventare in potenza.

Dal punto di vista ortografico il passo è breve ma sul piano emotivo è stato un salto quantico. Ho sentito una forte risonanza con il mio stato attuale e ho unito i puntini che ho seminato in queste settimane di riscoperta del mio del nostro – potenziale.

Sono molto grata per questo glitch che mi ha permesso di trovare una connessione tra due cose apparentemente lontane – se non addirittura agli antipodi.

L’omofobia è una malattia culturale

Tra i miei 19 e 25 anni circa ho fatto parte di un’associazione per i diritti LGBTQI (in particolare delle ragazze lesbiche e transessuali) e ne sono stata la responsabile per la comunicazione e le relazioni pubbliche. Erano anni in cui accoglievamo tante ragazze e donne adulte bullizzate sul posto di lavoro, cacciate di casa dalle proprie famiglie e isolate dai loro amici solo perché volevano vivere la loro vita in modo autentico e senza la paura di subire violenze o discriminazioni.

La nostra priorità era vederci riconoscere i diritti civili e creare le condizioni per assicurare alla comunità LGBTQI una vita dignitosa in questa società. Dicevo spesso una cosa alle ragazze che venivano in sede: «L’obiettivo principale di questa associazione è chiudere i battenti il prima possibile. Dobbiamo lavorare così bene da far sì che non vi sia più bisogno di noi».

Purtroppo quel traguardo è ancora lontano, nonostante le importanti conquiste fatte negli ultimi anni. Oggi, nella giornata mondiale contro l’omo-bi-transfobia, il mio pensiero va a tutte quelle ragazze (e ragazzi) che ho incontrato sul mio percorso e che hanno avuto la forza di ribellarsi a questa malattia culturale diventandone gli anticorpi. Il mio pensiero (e il mio abbraccio) va anche a chi quella forza non l’ha trovata: continuiamo a chiedere questi diritti (e una legge sulla omo-bi-transfobia), anche per chi non può farlo.

Infine, un pensiero anche a chi era omo-bi-transfobico/a e ora è guarito/a. Ne ho conosciute di persone così e hanno dimostrato più apertura mentale (e di cuore) di tanti individui di dubbia moralità che si fregiano di titoli onorevoli.

Si può cambiare (se si vuole).

Tarologia non è cartomanzia

Nei giorni scorsi ho ricevuto diversi messaggi da persone che mi chiedevano delucidazioni sulla storia dei Tarocchi, incuriosite dal fatto che io abbia cominciato a parlarne qui. Innanzitutto urge una premessa: tarologia non è sinonimo di cartomanzia. Si tratta di due cose assolutamente diverse e, potrei aggiungere, addirittura agli antipodi.

La tarologia (termine coniato da Alejandro Jodorowsky) vede nei Tarocchi degli strumenti che ci connettono agli archetipi e ai simboli che sono presenti già in noi a livello inconscio per permetterci di realizzare il nostro pieno potenziale. La meditazione sugli archetipi è un ottimo strumento di auto-conoscenza e in molti applicano alla lettura di tarocchi un approccio psicologico junghiano.

Chi pratica la tarologia è radicato nel presente e si sofferma solo su di esso, come per scattare una fotografia del momento e delineare una mappa del percorso interiore che si sta intraprendendo o si è già intrapreso. Scegliendo gli Arcani in modo apparentemente casuale (in realtà parliamo di sincronicità), ci ritroviamo a specchiarci in essi e tutto questo fa emergere qualcosa in noi: una realizzazione, un’idea, un’epifania, un punto di vista che non avevamo considerato, un ricordo, il residuo di una programmazione mentale che ci condiziona, eccetera eccetera.

La cartomanzia, invece, è una forma di divinazione alla quale si può credere o meno, a seconda delle proprie convinzioni. Per quanto mi riguarda, non fa per me: sono convinta che non vi sia un solo futuro scritto nella pietra bensì migliaia di possibili futuri che dipendono dalle piccole (e spesso apparentemente insignificanti) decisioni che prendiamo ogni giorno e da quanto siamo capaci di connetterci a tutto ciò che ci circonda.

Credo in un mondo in cui il caso non esiste e siamo tutti parte di un sistema dal quale spesso ci sentiamo esiliati, convinti che la nostra individualità ci separi da tutto il resto. Eppure mai come in questo momento storico, mentre siamo alle prese con una pandemia che ci tiene a distanza gli uni dagli altri, possiamo comprendere quanto siamo connessi.

In sintesi, la tarologia, al contrario della cartomanzia, non dà risposte e non rassicura: non ti dice se il tuo fidanzato tornerà fra tre mesi o se cambierai lavoro. Piuttosto, attraverso l’analisi degli archetipi, ti porta a chiederti se ti stai ponendo le domande giuste, facendo riaffiorare in modo sorprendentemente accurato delle intuizioni e dei dati che erano sepolti nel tuo inconscio.

Prossimamente pubblicherò degli esempi di letture e tiraggi su temi specifici: è il modo migliore per illustrare quanto ho scritto.

Prima del principio

Riprendo in mano questo blog dopo un periodo un po’ particolare. Questo iato non è stato frutto di pigrizia bensì di una serie di riflessioni che ho fatto proprio in queste settimane di distanziamento sociale.

Confesso che fin dal principio ho adottato un approccio di comodo nei confronti della scelta dei temi da trattare in questo spazio, parlando un po’ di tutto ma senza approfondire mai nulla: la soluzione ideale per chi vuole celare abilmente una parte di sé per proteggerla o anche solo per timidezza, evitando di esporsi al giudizio altrui.

Molte persone mi conoscono solo per alcuni aspetti della mia vita e della mia personalità (per esempio, il lavoro) e quasi certamente si sono fatte un’idea di me che si basa sui pochi elementi visibili a tutti.

Ma io non sono solo questo e non ho solo questa faccia: per dirla con la geometria solida, sono un poliedro anziché una figura piana ed è arrivato il momento di mostrare qualcosa di più complesso.

Continuerò sicuramente a parlare dei temi più svariati (in fondo sono un persona molto curiosa e ci sta) ma su questo blog troverai anche qualcosa di più personale; qualcosa che racconterà la mia visione del mondo senza filtri e senza giri di parole.

Per citare i tarocchi e gli archetipi che essi rappresentano – e di cui leggerai molto spesso qui da oggi in poi – sono ad un punto zero: quello incarnato dal Matto, ovvero prima del principio. Là dove tutto è in potenza. Si comincia!

La scienza e il bisogno di risposte

La scienza – per sua natura – non si fonda sulle certezze bensì sui dubbi. La scienza è umana e, in quanto tale, si alimenta di domande, osservazione, smentite, scoperte e prove da superare. Chi la condanna o si aspetta da essa risposte immediate a problemi complessi come quello del Coronavirus farebbe meglio ad affidarsi alla religione e ai suoi dogmi.

I colori sono una cosa seria

Del colore del 2020 designato da Pantone si è parlato tanto nei giorni scorsi. Tuttavia mi incuriosiva capire le motivazioni dietro questa scelta che sembra una sorta di ritorno al classico – sottinteso nel nome stesso – dopo anni dominati da colori dai nomi esotici o dalle orribili tinte pastello.

Ecco la spiegazione che ho trovato sul sito ufficiale; ne evidenzio le parole chiave:

Sfumatura di blu intramontabile e senza tempo, PANTONE 19-4052 Classic Blue è elegante nella sua semplicità. Rievocando il cielo all’imbrunire, le qualità rassicuranti di questo colore stimolante mettono in evidenza il nostro desiderio di una base stabile da cui partire mentre ci apprestiamo a varcare la soglia di una nuova era.

Imprimendosi nella nostra mente come un colore rilassante, PANTONE 19-4052 Classic Blue offre rifugio e infonde nell’animo umano un senso di pace e tranquillità. Esso consente di rifocalizzare i nostri pensieri facilitando la concentrazione e fornendo un’eccellente chiarezza. Sfumatura di blu che invita alla riflessione, Classic Blue favorisce la resilienza.

Che il Classic Blue sia con noi!