Anche questa volta la fine del mondo non è arrivata. E se la fine del mondo fosse solo un cambiamento nel nostro modo di percepire?

Il mondo là fuori non è che la proiezione dei nostri pensieri sul mondo. Quindi si tratterebbe della fine del mondo per come ci hanno insegnato / costretto a vederlo. Si tratta di un cambio di prospettiva che può avvenire solo nella nostra coscienza.

Il problema non è che il mondo potrebbe finire… è che potrebbe non finire, facendoci vivere ancora nell’illusione della separazione, facendoci credere che non siamo connessi gli uni agli altri.

L’aspetto del mondo è mutevole e dipende da cosa scegliamo di vedere ogni giorno. Per esempio, se decidiamo di soffermarci sulla sua diversità, cominceremo a notare cose e persone che prima non vedevamo. 

Se scegliamo consapevolmente quello che vogliamo vedere, quello che vediamo cambierà.

Siamo sicuri che essere o manifestare “contro” qualcosa non contribuisca a creare e rafforzare proprio quella realtà che vogliamo contrastare?

Ha senso rispondere all’odio con altro odio (l’odio verso chi odia, la rabbia verso chi prova rabbia)?

Quale realtà creano i pensieri “in opposizione” – seppur nei confronti di qualcosa di dannoso o deleterio?

Possiamo provare a spostarci dall’essere “contro” qualcosa all’essere “a favore” di qualcosa nel linguaggio utilizzato, nel modo di raccontare i fatti, negli slogan, nel modo di manifestare?

Riusciamo a dare più spazio – personale ma anche mediatico – a ciò che è positivo anziché a ciò che “combatte” il negativo?

È un cambio di paradigma che potrebbe portare a risultati più efficaci? Che ne pensi?

Queste settimane trascorse a casa in compagnìa del mio gatto hanno cambiato radicalmente il mio modo di vedere alcune cose. Per me è stato un lockdown molto speciale: ho fatto un trasloco da sola, ho seguito diversi corsi online (ne parlerò in seguito) e ho ripreso a leggere libri (cosa che non facevo dallo scorso Natale).

Anche io ho avuto i miei alti e bassi, alternando giorni di pesantezza, ansia e frustrazione a giorni di entusiasmo e condivisione conditi da non poche epifanie.

Ci è stato imposto un distanziamento fisico mentre chi ci governa provava (e ancora prova, ahinoi) a trovare soluzioni che limitassero la diffusione del contagio; i medici, gli infermieri e i volontari che si sono mobilitati in prima fila sono diventati – giustamente – gli eroi di questa pandemia.

E noi persone comuni? Ieri sera riflettevo sulla parola impotenza e su quanto spesso l’abbia sentita pronunciare nella cosiddetta Fase 1. L’impotenza di chi – apparentemente – non poteva fare altro che stare a casa, impossibilitata/o a rendersi utile o a contribuire in qualche modo a cambiare le cose. Nei casi peggiori, anche senza un lavoro e, di conseguenza, senza soldi.

Ma le parole sanno sempre sorprendermi e, quando mi sono trovata a scrivere quella parola – impotenza – in un messaggio diretto ad una cara amica, ho avuto una piccola rivelazione. È come se mi si fosse attivato un correttore automatico mentale che l’ha trasformata, facendola diventare in potenza.

Dal punto di vista ortografico il passo è breve ma sul piano emotivo è stato un salto quantico. Ho sentito una forte risonanza con il mio stato attuale e ho unito i puntini che ho seminato in queste settimane di riscoperta del mio del nostro – potenziale.

Sono molto grata per questo glitch che mi ha permesso di trovare una connessione tra due cose apparentemente lontane – se non addirittura agli antipodi.

Tra i miei 19 e 25 anni circa ho fatto parte di un’associazione per i diritti LGBTQI (in particolare delle ragazze lesbiche e transessuali) e ne sono stata la responsabile per la comunicazione e le relazioni pubbliche. Erano anni in cui accoglievamo tante ragazze e donne adulte bullizzate sul posto di lavoro, cacciate di casa dalle proprie famiglie e isolate dai loro amici solo perché volevano vivere la loro vita in modo autentico e senza la paura di subire violenze o discriminazioni.

La nostra priorità era vederci riconoscere i diritti civili e creare le condizioni per assicurare alla comunità LGBTQI una vita dignitosa in questa società. Dicevo spesso una cosa alle ragazze che venivano in sede: «L’obiettivo principale di questa associazione è chiudere i battenti il prima possibile. Dobbiamo lavorare così bene da far sì che non vi sia più bisogno di noi».

Purtroppo quel traguardo è ancora lontano, nonostante le importanti conquiste fatte negli ultimi anni. Oggi, nella giornata mondiale contro l’omo-bi-transfobia, il mio pensiero va a tutte quelle ragazze (e ragazzi) che ho incontrato sul mio percorso e che hanno avuto la forza di ribellarsi a questa malattia culturale diventandone gli anticorpi. Il mio pensiero (e il mio abbraccio) va anche a chi quella forza non l’ha trovata: continuiamo a chiedere questi diritti (e una legge sulla omo-bi-transfobia), anche per chi non può farlo.

Infine, un pensiero anche a chi era omo-bi-transfobico/a e ora è guarito/a. Ne ho conosciute di persone così e hanno dimostrato più apertura mentale (e di cuore) di tanti individui di dubbia moralità che si fregiano di titoli onorevoli.

Si può cambiare (se si vuole).

Nei giorni scorsi ho ricevuto diversi messaggi da persone che mi chiedevano delucidazioni sulla storia dei Tarocchi, incuriosite dal fatto che io abbia cominciato a parlarne qui. Innanzitutto urge una premessa: tarologia non è sinonimo di cartomanzia. Si tratta di due cose assolutamente diverse e, potrei aggiungere, addirittura agli antipodi.

La tarologia (termine coniato da Alejandro Jodorowsky) vede nei Tarocchi degli strumenti che ci connettono agli archetipi e ai simboli che sono presenti già in noi a livello inconscio per permetterci di realizzare il nostro pieno potenziale. La meditazione sugli archetipi è un ottimo strumento di auto-conoscenza e in molti applicano alla lettura di tarocchi un approccio psicologico junghiano.

Chi pratica la tarologia è radicato nel presente e si sofferma solo su di esso, come per scattare una fotografia del momento e delineare una mappa del percorso interiore che si sta intraprendendo o si è già intrapreso. Scegliendo gli Arcani in modo apparentemente casuale (in realtà parliamo di sincronicità), ci ritroviamo a specchiarci in essi e tutto questo fa emergere qualcosa in noi: una realizzazione, un’idea, un’epifania, un punto di vista che non avevamo considerato, un ricordo, il residuo di una programmazione mentale che ci condiziona, eccetera eccetera.

La cartomanzia, invece, è una forma di divinazione alla quale si può credere o meno, a seconda delle proprie convinzioni. Per quanto mi riguarda, non fa per me: sono convinta che non vi sia un solo futuro scritto nella pietra bensì migliaia di possibili futuri che dipendono dalle piccole (e spesso apparentemente insignificanti) decisioni che prendiamo ogni giorno e da quanto siamo capaci di connetterci a tutto ciò che ci circonda.

Credo in un mondo in cui il caso non esiste e siamo tutti parte di un sistema dal quale spesso ci sentiamo esiliati, convinti che la nostra individualità ci separi da tutto il resto. Eppure mai come in questo momento storico, mentre siamo alle prese con una pandemia che ci tiene a distanza gli uni dagli altri, possiamo comprendere quanto siamo connessi.

In sintesi, la tarologia, al contrario della cartomanzia, non dà risposte e non rassicura: non ti dice se il tuo fidanzato tornerà fra tre mesi o se cambierai lavoro. Piuttosto, attraverso l’analisi degli archetipi, ti porta a chiederti se ti stai ponendo le domande giuste, facendo riaffiorare in modo sorprendentemente accurato delle intuizioni e dei dati che erano sepolti nel tuo inconscio.

Prossimamente pubblicherò degli esempi di letture e tiraggi su temi specifici: è il modo migliore per illustrare quanto ho scritto.